Mi capita spesso di ascoltare.

Un po’ per deformazione professionale e un po’ per sensibilità personale. Spesso spettatrice delle confidenze più segrete e interlocutrice dei pensieri e dei ragionamenti più intricati. E ciò che mi colpisce, ogni volta, è il riscontrare la presenza della paura che, alla base di ogni scelta dell’umano agire, si fa puntualmente protagonista e vincitrice assoluta sulla volontà.

Si ha paura per tutto, paura di non piacere agli altri, paura di non vincere, paura di essere ciò che si è, paura di esprimere il proprio pensiero, paura di osare, paura di essere abbandonati, paura di amare e paura di vivere. L’elenco è lungo e potrei scrivere milioni di parole che non servirebbero a completare la lista delle paure umane.

Vorrei dedicare questo mio scritto a qualcosa di ben più impegnativo ed altrettanto importante, la delusione, quel complesso di emozioni che vanno dal senso di vuoto alla sfiducia altalenante, passano per la rabbia e l’incredulità per poi sfociare nella tristezza e nella malinconica consapevolezza del fallimento.

Avevamo un amore che ci rendeva felici che colorava le nostre giornate? Eravamo convinti di avere al nostro fianco un amico che sembrava esser stato messo lì soltanto per sostenerci a prescindere da tutto? Pensavamo di poter contare su un fratello che avrebbe dovuto difenderci ad ogni costo, oppure abbiamo fatto affidamento su un datore di lavoro che avrebbe dovuto apprezzare le nostre capacità professionali?

Chi di noi non è rimasto deluso nell’arco della propria vita? Chi può dire di non conoscere la delusione? E di non aver sofferto per averla vissuta?

Tutte le volte che riponiamo fiducia in qualcuno, in un’idea o in progetto e vediamo sfumare ciò che ritenevamo fosse possibile realizzare, siamo sorpresi dalla delusione. La conosciamo tutti la sensazione che produce l’esser delusi: ha lo stesso effetto di un terremoto che fa tremare centimetro per centimetro il nostro corpo e il nostro cuore, rendendoli paragonabili soltanto ad un cumulo di macerie.

Le parole delle persone deluse sono amare e salate, risuonano come l’onda che torna e lentamente si ritira per poi tornare di nuovo. E sono vuote e sterili, prive di suono e di colore. Fanno male le parole delle persone deluse, fanno male a chi le pronuncia e a chi le ascolta, si levano in alto come grida di dolore per la speranza infranta con il senso di amarezza annesso che lascia l’aspettativa disattesa.

Ma cosa ci delude realmente? Una persona? La mancata realizzazione di un evento a cui tenevamo?

Forse è più banale di ciò che sembra, forse piuttosto siamo noi stessi a deluderci tutte le volte che proiettiamo su qualcun altro o qualcos’altro i nostri desideri, i nostri sogni e le nostre aspettative. Forse tutto risiede in noialtri che, come diceva un antico filosofo, siamo misura di ogni cosa, per ciò che è e per ciò che non é. Noi che proiettiamo la speranza della realizzazione di ciò che amiamo o di ciò che pensiamo di amare, noi che presentiamo il sé ideale su qualcun altro o qualcos’altro. Noi che restiamo abbagliati dalla stessa luce di cui sono fatti i nostri splendidi sogni.

Nessuno o niente può deluderci se non ci aspettiamo nulla. E alla fine dipende tutto da noi, e nella gioia e nel dolore. Dipende sempre e comunque da noi  ogni cosa, come dipendono da noi anche la tristezza e la delusione. Non possiamo intervenire sulle azioni degli altri come non possiamo incidere sulla realtà in termini di cambiamento radicale. Possiamo solo intervenire ed incidere su noi stessi per non soffrire e renderci migliori di quelli che siamo. In questo risiede, credo, il vero cambiamento.

E se la delusione non fosse quell’arido deserto di dolore in cui dolerci, ma si riducesse ad un’opera di straordinaria abilità messa in atto dal sé per annullare se stessi e le proprie convinzioni? Se fosse, piuttosto, un campanellino d’allarme messo lì dal nostro piccolo Dio per ricordarci che le nostre considerazioni del mondo dentro e fuori di noi devono imparare a trasformarsi? Se la delusione fosse qualcosa di più di quello che ci fa semplicemente piangere? E se, invece, si rivelasse essere solo lo strumento per evolvere se stessi?

Pensiamo a tutte le volte che rimaniamo delusi, pensiamo a cosa succede dopo. Non appena cominciamo a guardare dentro di noi davvero, iniziamo ad accorgerci di un particolare fuori a cui non avevamo fatto caso.

A me per esempio, capita di  prestare attenzione ad un raggio di sole.

E allora passo dalla delusione alla speranza. Quel sentimento così forte e delicato allo stesso tempo ha i colori dell’arcobaleno e il suono di cento violini e flauti. La speranza, quell’impulso che costruisce castelli d’oro su acque torbide ed erge ponti fluttuanti su nuvole di zucchero. La speranza, quell’emozione verde capace di scorgere la luce anche nell’ombra più profonda. La speranza, il sentimento più prezioso che possa albergare nel cuore degli uomini, persino, più importante dell’amore e, credo, più forte di qualsiasi altro sentimento umano.

Forse perché è proprio l’ultima a morire. Proprio quando tutto intorno svanisce, lei continua a splendere come un cristallo di luce forte e potente.

Perché ogni cosa non è mai né bianca né nera. E la delusione resta solo un varco, un passaggio che conduce ad una nuova speranza.

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