Gli ultimi mesi sono stati difficili per tutti. Da ogni parte del pianeta si è registrata paura, ansia e angoscia per l’emergenza epidemiologica da nuovo Coronavirus. Il Covid 19 ha mietuto abbastanza vittime: le nazioni, e con esse i popoli, sono state – di fatto – brutalmente messe di fronte all’evidenza della caducità della vita e della nostra estrema fragilità, come specie, rispetto ai virus e alle loro evoluzioni genetiche. Nel nostro paese, la politica – affidandosi a tutti tranne che a se stessa – ha adottato una serie di interventi confusi e fuorvianti per ovviare all’emergenza ma senza demandare ad un piano preciso e coerente che trasmettesse ai cittadini la sensazione di essere ben tutelati. Dalla chiusura alla riapertura ex abrupto, dalle restrizioni e all’isolamento fisico (altra cosa è quello sociale), diciamola tutta: i nostri poveri ed inadeguati governanti non sono riusciti a farci capire molto. Sul punto, direi che la strategia comunicativa adottata dal governo è stata davvero letale. Il terrorismo mediatico, al quale siamo stati sottoposti tutti, ha fatto più danni del virus: il Covid-19, tremendo al punto tale da costringere il mondo alla chiusura e all’isolamento, d’improvviso e dopo circa tre mesi di protagonismo mondiale, perde la propria carica virulenta e decide di fare una pausa. Tornerà? Si, forse, no, non si sa. Chiudi, apri, forse richiudi di nuovo. Si va per tentativi. Eppure, sento di riconoscere ed apprezzare, in tutto questo marasma, le decisioni e l’operato di Vincenzo De Luca, governatore della regione Campania, che tra poche altre personalità personalità di spicco del panorama politico nostrano ha dato prova di sapersi assumere la responsabilità politica del proprio ruolo, dando notizie certe e comunicando le scelte adottate con chiarezza e fermezza.

 

Ma veniamo all’economia, ai settori produttivi del paese, alle aziende, alle imprese, alle industrie: non poteva restare tutto chiuso per sempre. E quindi, di nuovo porte aperte e ripristino della antica normalità. Ma con cautela, hanno detto, perché il virus è sempre dietro l’angolo. E intanto in poco tempo, le persone hanno invaso piazze e strade come formiche operose (?), allungandosi a macchia d’olio per coprire ogni spazio aperto, rifuggendo la propria casa, quale luogo da cui scappare perché “stare troppo a casa fa male”. Che bella la tendenza alla socializzazione dell’essere umano! Affascinante poi, la necessità che ha di assembrarsi a tutti i costi. Ho visto fiumi di persone, negli ultimi giorni, completamente in preda al delirio, riversati l’uno addosso all’altro in una spasmodica corsa a “chi esce per primo”.   

 

Ho visto ragazzi e adulti ammassarsi ai tavolini dei bar per il consueto aperitivo, oltre a file interminabili ai negozi, folle oceaniche ebbre di una ritrovata libertà. Come se bastasse, poi, esser liberi fuori per restare autonomi dentro. Tutto questo se da un lato fa ben sperare per la ripresa dell’economia, dall’altro mi fa pensare che la massa è facilmente controllabile e manipolabile. Può mai dissiparsi in pochi giorni un virus tanto mortale? Il gregge non si chiede dove il pastore lo condurrà. E su questo credo nessuno abbia dubbi. 

Eppure, in tutta questa roboante baraonda, i Tribunali restano chiusi. Ora, se da un lato non posso condividere le estreme lamentazioni da parte degli avvocati di tutta Italia che sui social sfogano la propria frustrazione – che ha chiaramente radici bene più profonde rispetto all’episodio “Covid” – dato che le trovo inutili e che lasciano il tempo che trovano, dall’altro non posso che esprimere estremo disappunto per le modalità di gestione relative alla riapertura dei Tribunali. A Napoli, e solo per fare un esempio, c’è stato un vero e proprio braccio di ferro tra cancellieri, avvocati e magistrati. Perché i primi, ancora impauriti, sono restii alla ripresa per non rischiare il contagio (dato che il primo focolaio napoletano parte proprio dal Palazzo di Giustizia). Eppure le attività giudiziarie dovranno ripartire prima o poi. Ma in Italia, è sempre meglio il poi. E di questo, il nostro caro Ministro Bonafede, al quale dovrebbe premere l’efficienza e la velocità dei tempi in termini di realtà, è sicuramente l’interprete più autentico. Incredibile, ancora, che del tema “ripresa” reale (in termini di efficienza) se ne parli sempre meno, di certo gli affari del “pianeta giustizia” non fanno più notizia. 

Al di là della considerazione della totale incapacità nella gestione dell’emergenza e della regolamentazione della riapertura, occorrerebbe che gli avvocati riflettessero – e questa volta seriamente – sul ruolo della rappresentanza politica istituzionale forense: sarebbe il momento, oggi, di riavere al timone uomini di spessore, personalità di spicco in grado di far sentire con forza la propria autorevole voce. Insomma, come spesso accade, virus, pandemie, guerre e disastri mettono in luce quanto siamo piccoli, indifesi e troppo spesso inadeguati, da tutti i punti di vista. Qualcuno sperava che con il flagello Covid l’umanità potesse migliorare, traendo da quest’ultima esperienza un insegnamento utile ed invece… Trovo che vi sia un autentico e reale peggioramento degli intelletti e degli animi, e questo considerato la maggioranza, perché ancora resistono poche e isolate voci che appaiono ai più incomprensibili ancorché vane. 

È vero che abbiamo un Ministro incapace. Ma è vero anche che abbiamo un’Avvocatura totalmente priva di nerbo, di spina dorsale. Inadatta, misera e modesta, inabile alla reazione, inefficiente e priva di qualsiasi coraggio per scendere in Piazza e manifestare il proprio dissenso per l’andamento generale del mondo Giustizia e indipendentemente dalla problematica economica – pure importante ma di certo argomento meno nobile rispetto a quello della tutela dei diritti dei cittadini. Sono francamente stanca di questo coacervo di istituzioni e di rappresentanze, ormai centrucoli di potere, luoghi per “svoltare”, per guadagnare una prebenda, un gettone o una buona visibilità per accaparrare clientela. Sono annoiata da tutte queste sigle, OCF, CNF, COA, CF etc., acronimi privi di qualsiasi effettiva suggestione. C’è bisogno di aria fresca, di linfa nuova, di uomini diversi e – soprattutto – non corrotti. Ci vogliono progetti, idee, contenuti e visioni. Ci vuole preparazione, cultura, educazione. Insomma caratteristiche oggi, sempre più rare. Un volta, un grande ex politico mi disse che la politica si fa per gli altri e non per sè. Non ci si arruola per una battaglia di idee se la motivazione è portare a casa il pane e companatico. 

L’Avvocato ha un ruolo molto importante all’interno delle società, e non è tanto per dire, non si tratta di uno slogan d’effetto, per “fare bella figura”. L’Avvocato tutela il cittadino, egli è l’ad vocatus – da ad vocare – cioè colui che si chiama a sé per ricevere soccorso, aiuto. Anche se i tempi e le genti si degradano, le parole continuano a conservare il proprio significato. Ed è in nome di questo Ad vocare, che dovremmo riflettere sull’importanza della nostra funzione. E non per trarre solo profitto – altra cosa è il guadagno per vivere dignitosamente la propria vita -, né per bramosia di potere ma per assolvere alla funzione alla quale siamo chiamati da sempre. È una questione di dignità, parola che ha in sé il concetto del fuoco, quello stesso fuoco che animava un tempo gli spiriti indomiti e che oggi fatica ad accendersi anche negli uomini migliori. La dignità o c’è o non c’è. Ma si può ritrovare, riconquistare. E di questo dovremmo occuparci, oltre ad esprimere dissenso per la chiusura dei Tribunali. Voglio solo ricordare a chi mi legge, anche se non è un addetto ai lavori, che nell’ambito del processo civile, i rinvii tra un’udienza ed un’altra hanno tempi lunghi da prima che scoppiasse la pandemia. E questo solo per fare un piccolo esempio. Nel penale, il discorso è differente, i colleghi penalisti sono da anni protagonisti di battaglie e campagne per la tutela dei principi fondamentali del processo penale: il Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, l’avv. Gian Domenico Caiazza, al momento appare l’unico interlocutore degno di tale nome per preparazione e stile.

   

Dove erano gli avvocati quando avrebbero dovuto occupare i Tribunali per garantire tempi più brevi al Processo Civile (La durata nel processo è rimasta invariata, dato che tre mesi di chiusura di un palazzo di Giustizia non fanno la differenza)?. Ma, ancora, mi chiedo, dove erano gli avvocati quando si trattava di costringere i legislatori a ritornare su norme e leggi scellerate a danno dei cittadini? Ed infine, dove erano gli Avvocati quando si è trattato di combattere contro una magistratura corrotta e politicizzata che si è impadronita di un intero Paese? 

Però oggi ci si profonde in gemiti, lai, recriminazioni e minacce verbali sui social per esprimere il proprio dissenso: strumentalizzazione? Ipocrisia? O semplicemente viltà? Forse l’unico diritto – per le quali le toghe non hanno gettato ancora la spugna – resta quello di lamentarsi. Ai poveri posteri, l’astrusa sentenza. 

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