“Il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada.”

(Proverbio africano)

Distanze

Sono a contatto con i giovani con una certa frequenza e costanza grazie ai progetti di legalità (con l’associazione forense che mi pregio di rappresentare) all’interno delle scuole, adoro stare in loro compagnia e non posso fare a meno di subirne il fascino. Il loro mondo, tanto differente e a tratti distante dal nostro, si avvale di codici a noi del tutto estranei. Gli strumenti comunicativi che utilizzano, sia linguistici che gestuali, e la diversa modalità percettiva della realtà, li rendono coraggiosi pionieri di universi possibili e dagli scenari inverosimili. Interpreti di pulsioni ed emozioni dai contorni ineffabili, ci sorprendono e ci spiazzano ripetutamente.

Eppure sullo sfondo, impera l’inesorabile cambiamento dei tempi. Guerre, atti terroristici, mutamenti climatici, mari e foreste inquinati e specie vegetali ed animali in estinzione, atti di crudeltà e violenza dilagante, indifferenza e solitudine diffusa, nichilismo ed incredulità, fede perduta e flussi migratori: l’umanità, nonostante il progresso e l’avanzamento della tecnologia, è di fronte ad un baratro?

Attesi gli scenari, come inquadrare la “sopravvivenza” delle nuove generazioni?

Per una giovane vita che si appresta a “guadare” tali rappresentazioni, non deve essere facile muoversi né riuscire ad arrivare dall’altra parte della riva. Tutt’altro.

E gli adulti? Cosa pensano? E, soprattutto, come agiscono rispetto alle concettualizzazioni di una realtà tanto complessa?

Osserviamo veramente i nostri ragazzi o preferiamo parlare sopra ogni cosa? Riusciamo davvero ad ascoltarli o decidiamo di guardare Facebook? Li portiamo mai nel nostro mondo piuttosto che lasciarli – un po’ troppo spesso – alla babysitter? Proviamo a donargli il nostro cuore anziché ripetere – come dischi rotti – “cosa fare” e “cosa non fare” e “quando fare/non fare“?

Sono loro a non capire noi, o forse siamo noi a non ascoltare loro perché non li accogliamo davvero, o alla peggio, non siamo interessati realmente a comprenderli?

Dove poter andare se nessuno ti mostra la via da seguire? Come credere nel domani se chi ti precede non crede neanche nel suo stesso presente? E come poter aver fiducia in sé se chi educa ha paura di tutto ciò che è fuori da sé perchè non si “prende del tutto con se stesso“?

 Il valore dell’esempio

Non mi stupisce affatto che i ragazzi non prestino seriamente attenzione al mondo degli adulti: ai loro occhi siamo credibili quanto può esserlo una marionetta che recita annoiata all’interno di un teatrino arrangiato ed improvvisato. Fanno finta di ascoltarci, perché non credono assolutamente in ciò che intendiamo trasmettere loro. Perché sanno che in ciò che diciamo e in ciò che speriamo non ci crediamo neanche noi, almeno fino in fondo.

Nel dimenticare il bambino fuori da sé, si smarrisce e si perde quel il bambino dentro di sé. In tal modo, forse, si punisce l’adulto che ci ha preceduto, troppo assente per dare quell’amore che avremmo voluto. E contemporaneamente si colpevolizza il bambino che si è stati per non esser riusciti a meritare l’amore dovuto. Le vicende emotive umane legate alle dinamiche relazionali sono assai complesse, e forse una società migliore potrebbe essere quella società che fa autocritica sugli esempi che ha dato o che sceglie di guardare dentro di sé, riuscendo a non giudicarsi. Perché i concetti di bene e male dovrebbero essere rivisitati come andrebbe riformulata – credo – l’idea della “colpa” e del “giudizio”.

Quando parlo con i ragazzi, emerge sempre un dato incontrovertibile: tutti sono affetti da “mancanza di ascolto”. Sembra che i genitori siano troppo impegnati con se stessi per prendersi cura dei propri figli, troppo motivati a dire “ciò che si fa” e “ciò che non si fa” anziché attivarsi nel “fare” e nel “non fare“.

Perché tutti proiettiamo noi stessi e i nostri sogni sugli altri, compresi i nostri figli. Vorremmo che tutti fossero come vorremmo che fossimo. È un cane che si morde la coda da millenni, ma sono certa che il vento sta volgendo verso altra direzione, siamo ad un buon punto e pronti, finalmente, a cambiare rotta.

 

Siamo tutti sulla stessa barca

Quando dialogo con i miei ragazzi, scopro sempre mondi straordinari, grande creatività e una perfetta capacità di sintesi e traduzione efficace della realtà. Tra l’impeto e il turbamento che abita le loro anime, v’è – non troppo di rado – una comprensione delle cose del mondo propria dei saggi. Per molti aspetti, quelli più profondi, sono più avanti di noi. 

L’avvento dei social e l’implementarsi delle applicazioni della rete, rende i giovani più esposti sì, ma anche più fortunati perché consente loro di imparare più velocemente gli effetti positivi o negativi sul mondo prodotti dalla mano dell’uomo. Anche se virtuale, il terreno può rivelarsi un campo minato, analogamente a quanto è avvenuto nei tempi addietro. Ed in ogni caso, costituire una prova per evolvere se stessi più velocemente.

Ho molta fiducia nei nostri ragazzi. Possono riuscire dove noi abbiamo fallito e possono dare al nostro pianeta ciò di cui ha realmente bisogno. E preparare la scenografia per quelli che verranno dopo di loro, gli attori ai quali è affidato il compito della risoluzione del dramma da tempo inscenato. Non possiamo, però, permettere che il peso di tale responsabilità ricada solo sulle spalle dei nostri figli, non possono fare tutto da soli e hanno bisogno di noi. Del nostro rispetto e del nostro amore. Del nostro tempo e della nostra cura. Perché gli uni, benché distanti, cercano gli altri, in un eterno cerchio di scelte tra i tentennamenti propri della specie umana. 

In fondo siamo tutti come bambini nella stessa barca, naviganti pieni di paura e di speranza, nello sconfinato e straordinario oceano delle possibilità.

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