Di recente mi sono occupata del tema della famiglia proprio in occasione del Natale (Isha Magazine n. 7, dicembre 2018), e in precedenza mi sono espressa anche sull’argomento (assai dibattuto) dell’utero in affitto. In questi giorni (ieri, oggi e domani) si svolge a Verona il Congresso Mondiale della Famiglia che – come si legge dal sito web – è “una conferenza tra associazioni per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società“. L’edizione di quest’anno ha visto la partecipazione del leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini e del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Presenti anche altri esponenti come Massimo Gandolfini, leader del Family day rigorosamente contrario alla maternità surrogata e all’utero in affitto e la senatrice del M5S Tiziana Drago contro il volere del vicepremier Di Maio. Il Congresso ha destato molto scalpore, soprattutto tra le Associazioni di genere, tra le femministe e la comunità LGBT che vedono in questo summit un vero e proprio ritorno al Medioevo con una deriva oscurantista preoccupante. Ma facciamo un passo indietro perché a discutere di famiglia senza prendere in considerazione la storia e la tradizione è davvero inutile.

E inizierei con il significato della parola che più di tutte è connessa al concetto di famiglia “nascere”: il termine non lascia dubbio alcuno sul significato profondo e mistico ad essa collegato, l’etimo si riconnette alla radice sanscrita g’an-, dalla cui successiva trasposizione in gna-deriva il verbo latino nasci (in origine gnasci) venire alla luce, nascere. E non è affatto un caso che dalla stessa radice gna-derivi anche l’altro verbo latino nosco (in origine gnosco) ossia sapere, conoscere. Venire alla “luce”, venire al mondo, quindi, ma anche “essere, conoscere e sapere”, uscir fuori dal “buio” inteso come la “non esistenza”  della coscienza e della consapevolezza.

Da millenni, ogni nuovo avvento stupisce come se fosse unico, ogni volta che nasce un bambino rimaniamo attoniti e pieni di commozione, assistiamo al miracolo del perpetrarsi della Vita come se fosse un qualcosa di mai vissuto o saputo prima. Ogni parto porta con sé gioia e luce, felicità e buon augurio: per gli antichi – che attribuivano all’evento in sé molteplici aspetti cultuali – le donne, prima di tutto creatrici di Vita, erano considerate intermediarie privilegiate tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Le prime divinità venerate dall’uomo, infatti, sono femminili; espressione evidente del ciclo di nascita-sviluppo-maturità-declino-morte-rigenerazione che caratterizza sia la vita umana sia i cicli naturali e cosmici, è, appunto, la Dea Madre o Grande Dea, divinità preposta al parto e alle nascite per eccellenza. Il suo culto ha radici molto profonde ed è resistito nel tempo con attributi e simboli in altrettante divinità femminili.  Va da sé, analogamente,  che  tutte le volte che veniamo a conoscenza di cose di cui non sapevamo l’esistenza, nasciamo – allegoricamente parlando –  di nuovo.

La nascita rinvia alla famiglia, intesa come centro degli affetti più prossimi e luogo di protezione per i suoi membri. L’etimologia della parola famiglia è da ricondursi al termine osco faama = casa, da cui il latino  famīlia, cioè l’insieme dei  famŭli (moglie, figli, servi e schiavi del pater familias il capo della gens). Il concetto di famiglia/gruppo/tribù accompagna la specie umana da sempre.

Il Pantheon greco (Πάνθεον, Pántheon, “il [tempio] di tutti gli dei”), ad esempio, assegnò la protezione della casa ad una Dea specifica: il mito ce la presenta figlia primogenita di Crono e Rea, e sorella di Zeus, il futuro grande padre di tutti gli Dèi, gli autori dell’antichità non ne parlavano con facilità, quasi il suo nome non dovesse essere pronunciato con leggerezza. Di rado era raffigurata con simboli che rimandassero alla sua funzione protettrice della casa, sue immagini la ritraggono accanto ad Ermes, messaggero degli dèi e protettore dei crocicchi e delle strade, quasi a voler esprimere la dualità (fuori/dentro casa) presente nelle cose del mondo. Pare che la sua prima raffigurazione sia stata una pietra, denominata erma (pietra cultuale di Ermes), dalla forma di una colonna. Una Dea antichissima, associata al fuoco e al focolare domestico: parliamo di Estia (Ἑστία), per i romani, Vesta. L’origine del suo nome è sconosciuto, alcuni studiosi sostengono che la radice etimologica sia connessa al verbo greco Ἑστίv (essere). Estia era tenuta in gran considerazione, veniva invocata per prima e riceveva le offerte migliori in ogni sacrificio che veniva presentato agli dèi. Il suo attributo era il focolare, inteso come casa e santuario della pace e dell’armonia e la sua presenza era avvertita nella fiamma viva posta nel focolare rotondo al centro della casa e nel braciere circolare nel tempio di ogni divinità. Il simbolo ad ella collegata è appunto il cerchio; non è un caso che ogni città, nell’edificio principale, avesse un braciere comune, il pritaneo, dove ardeva il fuoco sacro di Estia, che non doveva spegnersi mai; questo il motivo per cui, essendo le città considerate un allargamento del nucleo familiare, costei era adorata anche come protettrice di tutte le città greche. Il fuoco di Estia riscaldava la casa, cuoceva i cibi e proteggeva il luogo fisico (ma anche figurato) all’interno del quale si riuniva la famiglia, si ricevevano gli ospiti, e al quale fare ritorno. A Roma, il potente principio igneo al femminile incarnato da Estia fu identificato in Vesta, la divinità che presiedeva al focolare domestico, alla concordia familiare e, per naturale estensione, alla tutela suprema dello Stato. Le sacerdotesse del tempio di Vesta erano le Vestali. Costoro erano scelte dal Pontefice Massimo ancora bambine, dai sei ai dieci anni d’età, in numero di sei (in origine erano quattro come i quattro punti della ruota dell’anno solare) ed il loro servizio durava trent’anni, durante i quali erano tenute all’assoluta castità. Ogni infrazione alla regola veniva punita con la morte. Le Vestali attendevano alla cura del fuoco sacro del tempio di Vesta che non doveva mai spegnersi, pena una grande sciagura per l’intera comunità. Tali sacerdotesse erano molto onorate e avevano particolari prerogative, come la possibilità di fare testamento mentre il padre era ancora in vita, o di compiere atti legali senza tutore (possibilità generalmente negata alle donne). Se incontravano casualmente un condannato mentre veniva condotto al patibolo, questo veniva graziato. La casa delle Vestali venne chiusa nel 391 d.C., per decreto dell’imperatore Teodosio, con l’abolizione di tutti i culti pagani.

Il simbolismo del cerchio, incarnato dal principio femminile igneo e coincidente con il ciclo di nascita – crescita – morte, era assai potente e ben chiaro agli antichi che ricollegavano la “Casa” all’idea di circondare, circoscrivere ma anche di accogliere ed abbracciare. L’archetipo riflette il suo potere in ogni epoca storica e indipendentemente dalla cultura dominante del tempo. E in tal senso, l’idea della famiglia intesa come centro di affetti si propaga e si trasferisce di epoca in epoca: la Sacra Famiglia, costituita da San Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù, nè è un esempio lampante. Ad oggi, una famiglia del genere (per chi  considera le fondamenta familiari in madre e padre biologici e figli nati “naturalmente” da entrambi) costituirebbe un modello non proprio virtuoso; anche Abramo (patriarca ebraico) e sua moglie Sara incarnano il principio della famiglia allargata: con la nascita di Ismaele, figlio della schiava Agar (straniera) l’egiziana (concepito con Abramo per volere della stessa Sara, incapace di generare un erede al marito), si assiste ad una vera e propria maternità surrogata. Nella specie, Sara accompagna Agar nel parto protendendo le braccia come se Ismaele fosse partorito proprio da lei in modo da poterlo rendere figlio legittimo a tutti gli effetti.

Per le società anche più arcaiche l’idea della famiglia è collegata alla tribù. Molti popoli associavano al concetto di famiglia l’appartenenza ad una tribù piuttosto che ad un’altra e indipendentemente dai legami di sangue degli individui componenti il nucleo familiare. E che dire invece dei faraoni che, per preservare il sangue divino, si accoppiavano tra fratelli e sorelle? Per non parlare dei romani, il cui Pater Familias era il vertice di una complessa struttura familiare dalla quale traevano origine e forza una serie di  negozi giuridici che afferivano ai suoi componenti (Tribù/Clan). 

Madre Natura, poi, sulla questione è assai ben più eloquente: molte specie animali formano famiglie costituite solo da madre e figli, altre ancora (scimmie) strutturano famiglie allargate costituite da numerosi individui dello stesso sangue e da altrettanti individui con sangue diverso (Clan). Ridurre il termine famiglia allo schema triangolare “madre – padre – figli” non trova fondamento né nella Natura né in alcuna tradizione umana prima della modernità. Mi sembra chiaro che il concetto di famiglia sia squisitamente di natura culturale come qualsiasi altro concetto umano.

Personalmente sono contraria all’aborto nel senso che non ucciderei mai mio figlio ma come donna (a maggior ragione come giurista) non mi sento di giudicare chi abortisce, una madre che arriva a prendere una decisione del genere avrà delle motivazioni sulle quali non dovremmo neanche fermarci a pensare né tanto meno giudicare. Ma la facoltà deve essere comunque riservata, dato che si riferisce alla sfera giuridica di un individuo (madre) che  nelle moderne democrazie di solito viene tutelata.

Non comprendo la pratica dell’utero in affitto, come donna senza figli non lo praticherei mai ma non sento di dover giudicare negativamente chi ricorre ad altro utero per essere genitore

Sono d’accordo all’adozione da parte di coppie omosessuali se in possesso dei requisiti base (educazione, rispetto, amore), così come sono favorevole all’adozione da parte dei single. In entrambi i casi, si aiuterebbero adulti desiderosi di dare amore e bambini bisognosi di riceverlo e soprattutto, si eliminerebbe il business che supporta  le case famiglie… Potenziare e preferire la creazione e il consolidamento di legami all’interno di un nucleo già costituito (con l’adozione o la stepchild adoption) – tornando un po’ alle origini della società umana, quando famiglia era veramente sinonimo di “centro di un cerchio” entro il quale ciascun membro era protetto e tutelato, sia che fosse legato dal sangue o no – non sarebbe auspicabile? Probabilmente riuscirebbe a sanare il vuoto che la mancanza di cura per un bambino abbandonato e quello provato da un adulto impossibilitato ad essere genitore genera, e forse contribuirebbe – in dispregio dell’individualismo sfrenato che impera negli ultimi tempi – a ricostituire il vero significato di solidarietà e fratellanza nonché di comunione e di amore, quest’ultimo in particolare, inteso come dono disinteressato da parte di un individuo verso un altro individuo.

E allora piuttosto che censurare, includerei. Piuttosto che giudicare, osserverei. Per noi e per gli altri. Famiglia è dove c’è amore, rispetto e aiuto.

Tutto il resto è solo giudizio.

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Lettori

2 Commenti

  1. Giulio

    Brava ben scritto concordo su
    tutto e grazie per l’excursus storico perché ho imparato nuove cose

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    • Argia

      Grazie mille 🙂

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